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SOVRANITA' E COSPIRAZIONE
- tratto dal "IL REGNO DEL SIGNORE DEGLI ANELLI"di Laurence Gardner -
Come la Chiesa Romana fu salvata dalla conversione di Re Clodoveo
14-02-2012

Uno degli ostacoli più consistenti che la Chiesa di Roma aveva trovato sul proprio cammino prima del 751 d.C. era stata la dinastia regale dei Merovingi, sovrani della Gallia, l'odierna Francia. Si trattava della di­scendenza maschile dei Re Pescatori, con una traccia indubbia che ripor­tava al lignaggio dì Cristo. Il nome derivava da Meroveo, il capostipite fondatore, che il popolo dei Franchi aveva acclamato come proprio Guar­diano a Tournai nel 448 d.C. I Merovingi regnavano in virtù di un'antica tradizione messianica e tale diritto veniva tramandato di generazione in generazione. In perfetta sintonia con il Codice del Graal, essi si erano po­sti al servizio del popolo, piuttosto che vantare pretese di dominio e go­verno territoriale. Per questo desideravano essere chiamati "Re dei Fran­chi" e non tanto "Re della Francia".

Quando Childerico, il figlio di Meroveo, morì nel 481, gli succedette il figlio Clodoveo, il più illustre rappresentante della dinastia, universalmente riconosciuto come fondatore dell'antica monarchia francese. All'e­poca la Chiesa Romana era in grande ambascia, preoccupata dal crescen­te incremento della religione ariana in Gallia (una corrente religiosa che non riconosceva la divinità di Gesù), al punto che il Cattolicesimo stava per soccombere in quasi tutta l'Europa occidentale. In realtà, poiché CClodoveo non si professava né cattolico né ariano, la cosa tornò di grande uti­lità alle necessità della Chiesa che la volse a proprio vantaggio. Senza ren­dersene conto il sovrano merovingio contribuì alla causa di Roma quando decise di impalmare la principessa burgunda Clotilde. Sebbene i Burgundi fossero da tempo schierati con l'Arianesimo, Clotil­de si professava invece cattolica, al punto da prendere come impegno missionario la conversione del suo popolo alla Cristianità.

Dapprincipio il suo piano non ottenne effetto, né riuscì a convincere il marito; ma la sorte le si fece benevola quando nel 496 Clodoveo, in guerra contro gli invasori Ale­manni, si trovò in smacco nei pressi della città di Colonia. Per la prima volta, nella gloriosa storia militare della loro dinastia, i Merovingi stava­no soccombendo e così Clodoveo, spinto dalla moglie, in un attimo di esi­tante disperazione si era deciso a invocare il nome di Gesù. In quello stes­so istante il re degli Alemanni era caduto morto in battaglia. Perduto il lo­ro condottiero, gli invasori, terrorizzati, avevano incomincialo a ritirarsi, consegnando la vittoria ai Franchi. Davanti a un tal miracolo, Clodoveo non si era fatto pregare nel proclamare che il merito della vittoria non era stato suo ma di Gesù, che aveva ascoltato la sua supplica. Ovviamente, Clodoveo non era del tutto convinto, ma la moglie, che non aspettava né sperava altro, aveva subito mandato a chiamare San Remigio, il vescovo cattolico di Reims, affinchè provvedesse, senza frapporre indugi, a battez­zare il marito vittorioso.

Schierati con il loro re più della metà dei suoi generali e dei suoi guerrieri si unirono a Clodoveo, facendosi tutti battezzare come cristiani. In un lampo la notizia che la più forte potenza occidentale era passata al servi­zio della Chiesa si diffuse ovunque, arrecando un prestigio a dir poco straordinario al papa Anastasio.

Un'ondata di conversioni seguì il grande gesto di Clodoveo e la Chiesa Romana, fino a quell'istante in bilico, venne letteralmente salvata dall'a­bisso del definitivo collasso. In effetti, valutando in prospettiva storica, se Clodoveo non si fosse convertito non è affatto da escludere che oggi la più diffusa religione occidentale potrebbe essere l'Arianesimo e non tanto il Cattolicesimo. In verità, dietro alla clamorosa decisione di Clodoveo c'e­ra anche una mira, diciamo così, politica. Non per nulla, infatti, la Chiesa di Roma si premurò all'istante di stipulare con il re dei Franchi e la sua di­scendenza un patto di alleanza, promettendola nascita di un Sacro Impe­ro sotto l'egida dei Merovingi.

Se Clodoveo non aveva motivo di mettere in dubbio la sincerità della proposta papale, in verità egli divenne lo strumento involontario di una sottile cospirazione messa in atto dai vescovi romani, che perseguivano un piano a lunga scadenza. Esso consisteva nell'usurpare il potere della dina­stia regale per passarla nelle mani del papa, che sarebbe diventato il capo supremo della Gallia. (In un primo momento Clodoveo, all'età di 15 anni, succedette al padre nella regione di Tours, ma nei successivi cinque anni non esitò a spingere il suo esercito a sud delle Ardenne scacciando i Gal­lo-Romani, così che nel 486 il suo regno comprendeva centri come Reims e Troyes. I Romani ten­tarono di mantenere una qualche posizione nei territori dela Somme, ma Clodoveo annientò le for­ze di Siagrio, che riuscì a trovare scampo presso la corte del re dei Visigoti Alarico II. A questo pun­to Clodoveo, dopo aver minacciato di estendere la guerra anche contro i Visigoti, ottenne il fuggia­sco e lo mise a morte. Appena ventenne (con Romani e Visigoti ai  suoi piedi) Cloiloveo era destinato  a diventare la più eminente figura politica del suo tempo. Dopo aver continuamente perseguito una forte politica espansionistica, Clodoveo morì a Parigi all’età di 45 anni. Gli succedettero i figli Teuderico, Clodomiro, Childeberto e Lotario. In quel momento, siamo nel 511, regno dei Merovingi era dunque separato in alcuni stati. A Teudorico era toccata l'Austrasia (da Colonia a Basilea) con fulcro a Metz. Da Orléans, nella Borgogna, Clodomìro governava sulla Valle della Loira e sulla parte occidentale dell'Aquitania nella regione di foiosa e Bordeaux. A Childeberto era toccala la re­gione della Senna attraverso la Neustria e l'Armorica (la Britannia) con capitale a Parigi; mentre Lotario aveva ereditato la parte del regno compresa fra la Schelda e la Somme, con fulcro a Soissons. I dieci anni che segnarono la loro dominazione furono tempestosi per via dei continui terribili con­flitti con le tribù barbare dei Goti, dando via libera ali'ulteriore penetrazione merovingia nell'Aquilania orientale e la completa conquista della Borgogna. Dei quattro eredi di CClodoveo, Lotario fu l'ultimo a morire (561), dopo aver assunto il titolo di re supremo. Lo seguirono i figli Sigeberto e Chilperico.

Dalla linea genealogica di quest'ultimo, dopo quattro generazioni, venne Dagoberto il, divenuto re d'Austrasia nel 674. All'epoca, intanto, un concilio di vescovi eminenti aveva provveduto a esten­dere l'autorità e l'immunità della Chiesa, ottenendo anche la diminuzione delle tasse da riconoscere all'Impero e, più in particolare, alla casa reale.

Per preparare tutto questo, le province chiave del regno merovingio (Austrasia, Neustria, Aquitania e Borgogna) passarono subito sotto la dominazione e il controllo di alcuni maggiorenti o maestri di palazzo, fortemente legati ai vescovi romani.

A partire dal 655 il potere di Roma era già in grado di smantellare la di­nastia merovingia, avendo dalla propria parte il maggiorente della corte di Austrasia (una specie di moderno primo ministro). Quando il re Sigiberto il morì, poiché il figlio Dagoberto aveva soltanto cinque anni, Grimoaldo, il maggiorente di corte fedele al papa, che deteneva il potere ad interini, riuscì a mettere in opera il primo atto del piano di destabilizzazione volu­to da Roma.

Tanto per incominciare, fatto rapire Dagoberto, lo aveva spedito in esilio in Irlanda fra gli Scoti Gaelici e senza esitazione aveva rivelato alla ma­dre, la regina Tmmachilde, che il piccolo era morto.

In realtà il principe Dagoberto venne educato presso il Monastero di Sla­ne, nei pressi di Dublino e a 15 anni era andato in sposo alla principessa gaelica Matilde, Poi il giovane si era recato a York sotto la protezione di San Wilfredo; ma alla morte di Matilde era tornato in Francia, accolto con grande sorpresa dalla esterrefatta madre che lo credeva morto. Nel frat­tempo, Grimoaldo aveva sistemato il proprio figlio sul trono dell'Austra­sia, ma sotto le pesanti accuse di Wilfredo di York e di altri nobili il suo tradimento era stato denunciato, al punto che il suo casato ne aveva tratto un grande discredito.

Così, dopo esser convolato a seconde nozze con Gisella di Razès, nipote del re dei Visigoti, nel 674 Dagoberto aveva restaurato il suo giusto regno dopo un'assenza di 20 anni, rivelando la'tresca ordita dalla Chiesa Roma­na, respingendola anche se per poco. Infatti, due giorni dopo il Natale del 679 Dagoberto veniva ucciso in una foresta nei pressi di Stenay nelle Ardenne da un sicario del suo maggiorente più potente, Pipino il Grasso di Herstal.

Ovviamente, la prima a approvare l'assassinio fu la Chiesa Romana che favorì lo spostamento del potere merovingio in Austrasia nelle mani del­l'ambizioso Pipino. A Pipino successe il figlio illegittimo, il celeberrimo Carlo Martello, che si schierò apertamente con la Chiesa pur di ottenere un completo controllo su tutti i tenitori merovingi. Nel 741, alla morte di Carlo, l'unica personalità della dinastia capace di autorità era Childerico III, nipote di Dagoberto; mentre il figlio di Carlo Martello, Pipino il Bre­ve, era il maestro di palazzo della Neustria.

Fino a questo momento storico (se solo si fa eccezione per il tentato gol­pe di Grimoaldo) la dinastia merovingia si era perpetuata tramite una stretta ereditarietà, considerata alla stregua di un diritto automatico e sa­cro, argomento sul quale la Chiesa non aveva mai espresso alcun parere contrario. Ma anche questa tradizione ereditaria aveva i giorni contati, fat­to che avvenne regolarmente non appena Roma si rese conto della possi­bilità di creare dei sovrani grazie all'autorità temporale concessale dalla fasulla Donazione di Costantino.

Nel 751 Pipino il Breve, in accordo con il papa Zaccaria, riuscì a garan­tirsi il beneplacito alla sua incoronazione come re dei Franchi in sostitu­zione di Childerico. Ecco che, alla fine, l'ideale di dissoluzione a lungo cullata dalla Chiesa Romana stava prendendo corpo: da questo momento in avanti, sarebbero stati incoronati re soltanto coloro che'si fossero aper­tamente schierati a sostegno di Roma. Fu così, attraverso questo meccani­smo, che Pipino il Breve divenne re dei Franchi e Childerico fu deposto, con la piena benedizione del pontefice. Si trattò di un atto gravissimo per­ché infranse il patto di alleanza stipulato nel 496 fra la Chiesa e il re Clodoveo e la sua discendenza. Dopo 250 anni la Chiesa di Roma aveva rin­negato l'impegno stabilito con la stirpe merovingia, prendendo su di sé il controllo del regno franco al punto da designarne i sovrani. Childerico venne pubblicamente umiliato dai vescovi con il brutale taglio a zero dei capelli (riecheggiando l'antica tradizione nazarita dell'Antico Testamen­to  (I Nazariti erano degli asceti legati a strettissimi voti da mettere in atto in alcuni particolari perio­di dell'anno). Poi fu incarcerato in un monastero, dove morì dopo soli quattro an­ni. Da questo momento era così sorta una nuova dinastia di sovrani fran­chi, i Carolingi, così chiamati da Carlo Martello, il padre di Pipino(Dopo essere stati sconfitti nel 730 da Carlo Martello,  i Mori si ritirarono nella città di Narbonne nel sud della Francia, che si trasformò nella base dalla quale far partire da quel momento in avanti tutte le loro operazioni militari verso l'Europa. La cosa costituì un problema piuttosto serio e pro­lungato per Pipino il Breve, il quale cercò di entrare in contatto con la numerosa comunità ebraica di Narbonne per trame aiuto. Alla fine ce l'aveva fatta ma a un patto: l'avrebbero aiutato a scacciare i Morì dalla loro roccaforte a condizione che avesse concesso la nascila del regno completamente ebraico di Septimania, un territorio all’interno della Borgogna, un reame che avrebbe avuto come sovrano un diretto discendente della Casa Reale di Davide.)





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