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LA TRAMA STORICA
- tratto dal libro I GRANDI DELLA STORIA edito da Arnoldo Mondadori -
Analisi Politico-religiosa al tempo di federico II
02-07-2012

II   concordato  di  Worms  (1122),  pur avendo definitivamente liquidato il si­stema cesaro-papista decretando la se­parazione tra potestà pontificia e po­testà imperiale, non pose fine alle riva­lità e alle lotte tra impero e papato. Infatti, nel XIII secolo, le ostilità tra i due classici antagonisti  medioevali  si riaccesero con rinnovato vigore mentre nuove forze politiche e militari, quali i Comuni e le prime grandi monarchie europee (Francia, Spagna, Inghilterra), si inserirono nella contesa. Anche al­l'interno dei due massimi istituti la si­tuazione  era  radicalmente  mutata  ri­spetto al tempo di Gregorìo VII. Dopo la lotta per le investiture, la Chiesa ave­va rafforzato la propria organizzazione giuridica e amministrativa in tutta Eu­ropa. I suoi ministri, vescovi, abati, me­tropoliti   e   primati,   nominati   diretta­mente da Roma, non obbedivano più alla logica dei potentati locali, ma alle precise direttive dell'autorità pontifìcia. Una   curia,   ormai  libera  dalla  tutela imperiale, governava energicamente con ambasciatori, leggi e tribunali tutto l'Oc­cidente cattolico.

 

L'ideale teocratico, la speranza cioè di un mondo governato interamente dai sacerdoti, tornava alla ribalta mascherato dall'efficienza e dal­l'organizzazione della burocrazia eccle­siastica. E proprio per affermare questo ideale la Chiesa, negli ultimi secoli del Medioevo,   si   servi di  pontefici   come Alessandro III (1159-1181) Innocenzo III   (1198-1216),   Gregorio  IX  (1227-1241), Innocenzo IV (1243-1254) e Bonifacio  Vili  (1294-1303),  espertissimi nei giochi  politici  e  nelle astuzie  di­plomatiche. Le forze imperiali, invece, attraversavano un periodo di grave cri­si. L'ideale stesso dell'impero medioeva­le (il sovrano doveva essere, ad un tem­po, il capo politico e religioso della co­munità europea) stava rapidamente per­dendo  prestigio  e  credibilità.  La  crescente potenza della Chiesa riduce va l'imperatore quasi al ruolo di vassallo (così infatti venne rappresentato Lotario JI — 1125-37 — in un dipinto vo­luto dal papa, in Laterano) e per tale motivo, anche in Germania, l'autorità imperiale si era indebolita. Ma una svol­ta decisiva nella storia d'Europa e del­l'impero accadde quando, nel 1152, fu eletto re di Germania Federico I di Svevia, detto il Barbarossa che, avendo dei legami di parentela con entrambe le dinastie in lotta- gli Hohenstaufen (ghibellini) e i Welf (guelfi) - venne sa­lutato da tutti come il pacificatore del conflitto e acclamato principe della pa­ce. Il Barbarossa, appianati i contrasti tra ghibellini e guelfi affidando ai primi il Ducato di Baviera e ai secondi la Marca di Tuscia e il Ducato di Spoleto. decise di restaurare l'autorità imperiale nei confronti dei Comuni italiani, dive­nuti largamente autonomi, e del Papato polìticamente potente e alleato dei nor­manni. Nel 1154 Federico è in Italia.

Distrutte e incendiate alcune città del nord, si diresse verso Roma ove, cac­ciato il papa, sì era costituito il co­mune governato dal monaco Arnaldo da Brescia, discepolo di Abelardo (1079-1142). e fiero oppositore del primato temporale della Chiesa. Il sovrano, cat­turato Arnaldo, lo consegnò a papa Adriano IV (1154-1159) in cambio del­la corona imperiale. Ottenuta la coro­na (1155), Federico ritornò in patria per consolidare la sua autorità minac­ciata dai principi elettori. In Germa­nia infatti il Barbarossa era il sem­plice depositario di un potere conferi­togli, grazie al sistema elettivo, dalla oligarchia principesca detentrice della suprema autorità dello stato. Solo la corona imperiale poteva dunque assi­curare al sovrano un potere indiscusso e incontrastato. Per questo motivo la politica italiana diventò, per Federico I e i suoi successori, una necessità storica, dal momento che, solo con l'incoronazione in Roma, per mano del pontefice, si otteneva il dominio di tutta l'Europa cristiana. e fu in rapporto a questa necessità che, alla corte tedesca, maturò, grazie agli studi di Ottnone di Frisinga, la nuova concezione dell'impero teutonico. Dopo gli assiri, i macedoni, i romani e i bizantini, i tedeschi erano, per volere divino, destinati a egemonizzare il mondo. 

Tale teoria confortò per 33 anni la politica di potenza del Barbarossa nei confronti della Chiesa, dei normanni e dei Comuni. Sei volte l'imperatore scese in Italia per restaurare l'ordine e imporre la sua legge di oppressione, finchè a Legnano, il 29 maggio 1176, la Lega delle libere città italiane, sostenute dal papato, vinse gli eserciti imperiali. A Costanza, 7 anni dopo, la sconfitta militare divenne anche sconfitta politica: Federico I riconobbe la Lega Lombarda e accettò la libera elezione dei magistrati nei Comuni, limitandosi ad esercitare solo il potere di investitura. Per la prima volta i ceti fino ad allora senza storia, la borghesia e il popolo, si imponevano al signore dei signori, l'imperatore.

Al Regno d'Italia politicamente e amministrativamente tramontato, si sostituì la nuova realtà comunale. Il Barbarossa, contrariamente ai suoi successi, seppe accettare il verdetto della storia e non esitò  a sostituire alla forza delle armi una politica più duttile che gli assicurò, grazie alle nozze del figlio Enrico con Costanza d'Altavilla, anche il dominio della Sicilia. E la Sicilia fu il nido in cui, l'Aquila imperiale degli Svevi, spiccò, con Federeico II, l'ultimo volo su un'Europa ormai avviata verso grandi trasformazioni.

La morte del sovrano (1250), la brave fortuna politica del figlio Manfredi, e la tragica fine del nipote Corradino, decretarono, di fatto, il definitivo tramonto dell'Impero come entità supernazionale. Le Signorie in Italia e le monarchie assolute in Francia, Inghilterra e Spagna, apriranno una nuova pagina nella storia europea.





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